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Mi hanno chiesto 1.400 euro per un sito: come capisco se è un prezzo giusto

Andrea Gallo
Andrea Gallo Fondatore AITECS ·
Mi hanno chiesto 1.400 euro per un sito: come capisco se è un prezzo giusto

Settembre è il mese in cui si riprendono in mano le decisioni rimandate a giugno, e per parecchie piccole attività una di quelle decisioni è il sito. Allora partiamo dalla risposta, prima di argomentarla.

1.400 euro per un sito non sono né tanti né pochi. Sono tanti per certe cose e pochi per certe altre, e la cifra da sola non dice niente. Chi ti risponde “è troppo” o “è poco” senza aver visto cosa ti danno in cambio ti sta vendendo qualcosa.

Il caso che mi è passato sotto gli occhi quest’estate

Una persona ha pagato circa 1.400 euro il sito della propria attività, presentato come un lavoro scritto su misura per lei. Il sito c’è, si apre, la grafica non è nemmeno brutta. Poi lo si guarda davvero, e viene fuori altro.

  • Su misura non lo era. Sotto c’era un modello già pronto, riadattato cambiando le scritte. Nessuno gliel’aveva detto, e lei era convinta di aver pagato un lavoro costruito per la sua attività.
  • Il sito non era finito. Sulla home c’erano pulsanti che portavano a pagine mai create: ci clicchi e non arrivi da nessuna parte.
  • C’era il modulo per iscriversi alla newsletter, casella dell’email e pulsante al loro posto. Peccato che una newsletter non sia mai esistita. Chi ha lasciato lì il proprio indirizzo non ha mai ricevuto niente, e non riceverà.
  • E naturalmente non lo trova nessuno. Cerchi il servizio più il nome della città e il sito non compare da nessuna parte. Cerchi il nome dell’attività e lo trovi, ma chi cerca il nome ti conosce già: per quello bastava la scheda Google, che è gratis.

Una precisazione doverosa sui modelli già pronti, perché senza sembrerebbe che io stia dicendo una cosa che non penso. Partire da qualcosa di già fatto non è sbagliato: lo fanno quasi tutti i siti del mondo, riusiamo componenti costruiti in precedenza anche noi, ed è uno dei motivi per cui certi lavori costano meno e si consegnano in poche settimane. Il problema non è il modello. Il problema è venderlo come un lavoro fatto da zero, e poi non finirlo.

Sulla parola “truffa” sono cauto, e non per prudenza: per precisione. Se in un caso come questo ci sia un illecito può dirlo solo un avvocato leggendo cosa c’era scritto nel contratto, e il contratto io non l’ho visto. Quello che si vede senza essere avvocati è più semplice: il lavoro non è finito ed è stato pagato come se lo fosse. Chiamiamola fregatura commerciale, che è già abbastanza.

Il conto più caro non è quello che hai pagato

Qui arriva la parte che quasi nessuno mette nel conto, ed è quella che costa di più.

Un sito fatto così non è neutro. Non è “meglio di niente”. Lavora contro l’attività che rappresenta, in silenzio, tutti i giorni.

Prova a metterti nei panni di chi ci arriva. Clicca un pulsante sulla home e non succede niente. Lascia il suo indirizzo per una newsletter e non riceve mai nulla. Apre una pagina e la trova mezza vuota.

Quella persona non pensa “chi ha fatto questo sito ha lavorato male”. Non sa chi l’abbia fatto e non le interessa. Pensa una cosa sola, e la pensa dell’attività: qui sono approssimativi. E se sono approssimativi nella vetrina, dove si vede tutto, chissà come lavorano nel retro, dove non si vede niente.

È un giudizio ingiusto, perché quella persona il suo mestiere magari lo fa benissimo. Ma è il giudizio che si forma in dieci secondi, senza appello, da parte di qualcuno che non ti conosce e sta decidendo se fidarsi. Il sito è la prima impressione, e una prima impressione sbagliata costa più di nessuna prima impressione.

Detto in modo ancora più diretto: la brutta figura non la fa chi ha costruito il sito. La fai tu. Chi l’ha costruito ha incassato ed è uscito di scena; l’insegna con il tuo nome sopra resta la tua, e ogni visitatore che se ne va deluso se lo ricorda di te.

C’è poi un dettaglio in più su quel modulo della newsletter, che è il pezzo più antipatico della storia: chiedere un indirizzo email per una cosa che non farai non è soltanto una promessa non mantenuta. Stai raccogliendo un dato personale dichiarando una finalità che non esiste, e sul trattamento dei dati è un problema in sé, a prescindere da quante persone si siano iscritte.

Perché succede così spesso

Perché chi vende siti, spesso, vende l’oggetto invece del risultato.

Costruire le pagine è la parte facile, veloce, e soprattutto è quella che si vede subito: la consegni, il cliente la apre, gli piace, paga. Fare in modo che quelle pagine vengano trovate, e che dietro ogni pulsante ci sia davvero qualcosa, è il lavoro vero: non si nota il giorno della consegna, e i suoi effetti si misurano dopo mesi.

Quindi quando si tira via, sul prezzo o sulla competenza, le prime cose che saltano sono sempre quelle. Ed è anche l’unica parte di cui nessuno si accorge finché non è passato un anno intero.

Le otto domande da fare prima di firmare

Puoi farle a chiunque ti stia preparando un preventivo, noi compresi. Non ti serve capire di tecnologia per valutare le risposte: ti basta notare se sono precise o vaghe. Una risposta vaga a una di queste domande vale più di mille recensioni positive.

  1. Il sito parte da un modello già pronto o è costruito da zero? Nessuna delle due risposte è sbagliata, e un modello fatto bene vale più di un lavoro su misura fatto male. Quello che non deve succedere è scoprirlo dopo: se la domanda mette a disagio chi hai davanti, hai già imparato qualcosa.
  2. Chi scrive i testi, e chi decide quali parole ci vanno dentro? Le parole del sito sono quelle che le persone digitano su Google. Se la risposta è “i testi ce li mandi tu”, quella parte del lavoro non è compresa nel prezzo, ed è la parte che decide se ti trovano.
  3. Il sito verrà iscritto a Google Search Console, e chi controlla che sia indicizzato? È lo strumento gratuito con cui si verifica se Google vede il sito. Se chi te lo vende non sa cos’è, o dice che non serve, hai già la risposta che cercavi.
  4. Cosa mi consegnate esattamente, e il sito è mio? Devi poterlo portare altrove domani mattina, senza chiedere il permesso a nessuno e senza ricominciare da capo.
  5. Dominio e hosting a nome di chi sono intestati? Devono essere intestati a te. Se sono intestati a chi te li ha venduti, il giorno che vuoi cambiare fornitore scopri che l’indirizzo della tua attività non è tuo.
  6. Quanto costa una modifica piccola dopo la consegna? Per iscritto, con una cifra. Cambiare un numero di telefono o aggiungere una foto sono cose che chiederai davvero, ed è la voce dove i preventivi diventano improvvisamente elastici.
  7. Quanto ci mette ad aprirsi sul telefono, e come me lo dimostrate? Esistono strumenti gratuiti che lo misurano e danno un voto. Chiedi di vedere quel voto su un sito che hanno già fatto, non sul tuo che ancora non esiste.
  8. Cosa succede tra sei mesi se non arriva nessuna richiesta? È la domanda che separa chi ti vende un oggetto da chi si prende un impegno. Non pretendere una garanzia di risultato: non esiste, e chi te la promette mente. Pretendi una risposta su cosa faremo insieme in quel caso.

Se il sito l’hai già comprato: il controllo da tre minuti

Vale anche se l’hai pagato molto più o molto meno di 1.400 euro. Prendi il telefono e fai queste cinque cose, in quest’ordine:

  • Clicca tutti i pulsanti e tutte le voci del menu, uno per uno. Ognuno deve portare a una pagina che esiste e che è finita. È il controllo più banale del mondo, ed è quello che quasi nessuno fa sul proprio sito.
  • Guarda se ci sono moduli che promettono qualcosa. Newsletter, preventivi, download: se c’è una casella da compilare, prima o poi qualcuno la compila. Chiediti cosa succede in quel momento, e se la risposta è “non lo so”, quel modulo va fatto funzionare oppure va tolto.
  • Cerca su Google il nome della tua attività. Se non compare il tuo sito, c’è un problema serio e immediato.
  • Cerca il servizio che vendi più il nome del tuo comune, scritto come lo scriverebbe un cliente. Guarda le prime due pagine di risultati: ci sei? Se no, il sito non sta lavorando per te.
  • Apri il tuo sito dal telefono, con i dati e non col wi-fi di casa. Conta i secondi: oltre i quattro o cinque, una parte delle persone se n’è già andata. E guarda quanti tocchi servono per chiamarti, perché se il numero non è cliccabile stai perdendo le telefonate più facili che hai.

Tre minuti e capisci quasi tutto. Non ti dice il perché, ma ti dice se.

Quando 1.400 euro sono giusti, e quando sono pochi

Adesso il rovescio, perché altrimenti questo articolo sarebbe disonesto.

Ci sono siti per cui 1.400 euro sono un buon prezzo e altri per cui sono decisamente pochi. Un sito in più lingue, un catalogo vero con centinaia di prodotti da tenere aggiornati, le prenotazioni collegate a un calendario che parla col gestionale, i testi scritti da zero da qualcuno che sa scrivere, le foto fatte da un fotografo, il lavoro di posizionamento documentato mese per mese: mettile insieme e 1.400 euro diventano una cifra onesta, in certi casi bassa.

Il punto non è mai la cifra. Il punto è cosa c’è scritto dentro il preventivo, voce per voce. Un preventivo che dice “realizzazione sito web: 1.400 euro” e basta non è un preventivo, è un numero. Un preventivo che elenca cosa fa, cosa non fa, cosa succede dopo la consegna e quanto costa quello che verrà dopo, ti mette in condizione di decidere. Anche di dire di no.

E se il tuo sito da 1.400 euro ti porta clienti

Allora è stato un affare e non devi fare niente.

Lo scrivo sul serio, non per cortesia: il prezzo di un sito si giudica sul risultato, non sul listino. Se ti arrivano richieste, se i clienti ti dicono “ti ho trovato su internet”, quei soldi li hai spesi bene, e chiunque ti dica il contrario sta guardando il preventivo invece di guardare la tua attività.

Non buttare via un sito che funziona per colpa di un articolo letto su internet. Nemmeno di questo.

E allo stesso modo: se il tuo sito non ti ha mai portato niente, non è detto che serva rifarlo da capo. Spesso quello che manca è la parte che non si vede, e a volte si aggiunge a quello che hai già.


Hai già un sito e non sai se vale quello che hai pagato? Mandaci l’indirizzo. Lo guardiamo e ti diciamo con franchezza cosa funziona, cosa no e cosa manca, senza che tu debba comprare niente. Se scopriamo che è messo bene, te lo diciamo lo stesso.